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    De.licio.us

    Figlio di Vetro

    di (26/02/2007 - 16:56)

    “Una storia di mafia in cui la parola mafia è scritta una sola volta, ma nella quale il contagio criminale serpeggia dappertutto, silenzioso e letale come un'invasione di zombi” .
    Queste sono le parole che l’Einaudi ha scelto per presentare questo libro, “una storia di mafia, in cui la parola mafia è scritta una sola volta”, perché, si sa, di mafia, apertamente, soprattutto a Palermo, non si parla mai.

    Ma “Giovanni ha nove anni quando si accorge che gli amici di suo padre, alla Pasticceria Francese, possono ottenere tutto con uno schiocco delle dita”. E cosa c’era di più magico e di magnifico per un ragazzino di nove anni, nel lontano 1977, se non un televisore a colori, oggetto allora impensabile e raro, dono sofisticato di una tecnologia ancora agli albori, che solo pochi privilegiati potevano permettersi?

    E se qualcuno poteva faticare a calarsi nei panni di un ragazzino di nove anni che racconta una storia durissima di ricatti, menzogne e ambiguità, ci pensa il talento di Giacomo Cacciatore a colmare lo spazio mentale che separa il lettore dall’immedesimazione più totale, con un linguaggio mimetico assolutamente perfetto, che è la vera perla di tutto il romanzo.

    Un capolavoro linguistico che sconfina anche negli schemi mentali, perfino nella statura, potremmo dire, con la quale alcuni avvenimenti vengono visti, vissuti ed inquadrati: letteralmente dal “basso” delle conoscenze di un bambino delle elementari. Un bambino ai cui occhi il padre, alto, rispettato, vigoroso e temibile appare come un vero eroe, proprio uguale al Fonzie della televisione. Quella televisione a colori tanto sognata che improvvisamente si vede materializzare in casa solo perché “qualcuno” ha schioccato le dita.

    Ê praticamente impossibile raccontare questo romanzo senza fare un torto all’autore se non forse usando le sue stesse parole che, a dire il vero, sono come acquerelli impressionisti, che spiccano sulla tela e ci parlano, da soli, di una storia che, a ben pensarci, non avrebbe potuto essere narrata in altro modo che questo.

    Una storia che comincia con una televisione a colori e finisce con Starsky e Hutch che parlano da uno specchio dal riflesso sempre più opaco, che inizia con la paura della mafia e termina con un segreto ancora più terribile. Una storia costellata di ombre, frasi dette e non dette, bigliettini cifrati e telefonate anonime, codici di comportamento, regole d’onore e di omertà, incertezze e ossessioni che rasentano l’isteria. Dove tutto si conclude in una corsia di ospedale, con una famiglia distrutta e un’altra che raccoglie i propri cocci, mentre tutto il mondo, attonito, da un altro televisore, assiste alla rivelazione, tremenda, della strage di Capaci.

    In mezzo un lasso di tempo che si dilata, in cui, come al rallentatore, ci viene mostrato un bambino che cresce, che dalle elementari passa al Liceo, che arriva fino all’Università, che salendo di statura muta anche di prospettiva, e che vede il padre consumarsi sotto ai suoi occhi. Quel padre tanto imponente e altero, ora invece lacero e consumato da un crescente senso di impotenza di fronte agli eventi che precipitano, in un mondo che non è più il suo, alle prese con codici che egli, forse, non riconosce più.

    Leggi tutto l'articolo della Guida Giallo e noir

    Tag: palermo,mafia,giacomo_cacciatore,societ

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