Conoscete l’italianologia?
Qualsiasi discorso sugli italiani – su chi siano, su come dovrebbero essere, su perché non ci riescano e, soprattutto, perché siano i primi a riconoscerlo, ma poi a non fare granché per divenire ciò che dicono di voler essere — è destinato a cadere nella retorica. La retorica è quella del «poveri ma belli»; «gaglioffi ma simpatici»; «cinici ma solo per delusione»; al fondo, comunque «bravi». Forse è vero, come scriveva Luigi Barzini, che per gli italiani «non c'è scampo».
Ed è questa sensazione di essere in trappola entro i limiti inflessibili delle tendenze nazionali a far sì che la vita italiana, sotto la sua superficie scintillante e vivace, abbia una qualità fondamentale di «amarezza, disappunto, e infinita malinconia» [Barzini 1964, p. 21]. Davvero non c'è scampo?
Non credo. Credo che una possibilità di fuoriuscita sia individuabile e dunque possibile. A un patto: che si rifiuti di riflettere su chi noi siamo — sul carattere degli italiani — in astratto. Noi italiani siamo il prodotto di una storia, che è fatta di molte cose: di retorica, di autoimmagine, di autocritica, dei tentativi concreti di individuare dei territori culturali e mentali capaci di imprimere un nuovo stile di vita.
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